Francesco Petrarca. Canzoniere
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... partita,et viva et bella et nuda al ciel salita:
indi mi signoreggia, indi mi sforza.
Deh perche me del mio mortal non scorza
l'ultimo di, ch'e primo a l'altra vita?
Che, come i miei pensier' dietro a lei vanno,
cosi leve, expedita et lieta l'alma
la segua, et io sia fuor di tanto affanno.
Cio che s'indugia e proprio per mio damno,
per far me stesso a me piu grave salma.
O che bel morir era, oggi e terzo anno!
279
Se lamentar augelli, o verdi fronde
mover soavemente a l'aura estiva,
o roco mormorar di lucide onde
s'ode d'una fiorita et fresca riva,
la 'v'io seggia d'amor pensoso et scriva,
lei che 'l ciel ne mostro, terra n'asconde,
veggio, et odo, et intendo ch'anchor viva
di si lontano a' sospir' miei risponde.
" Deh, perche inanzi 'l tempo ti consume?
" mi dice con pietate " a che pur versi
degli occhi tristi un doloroso fiume?
Di me non pianger tu, che' miei di fersi
morendo eterni, et ne l'interno lume,
quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi ".
280
Mai non fui in parte ove si chiar vedessi
quel che veder vorrei poi ch'io nol vidi,
ne dove in tanta liberta mi stessi,
ne 'mpiessi il ciel de si amorosi stridi;
ne gia mai vidi valle aver si spessi
luoghi da sospirar riposti et fidi;
ne credo gia ch'Amor in Cipro avessi,
o in altra riva, si soavi nidi.
L'acque parlan d'amore, et l'ora e i rami
et gli augelletti et i pesci e i fiori et l'erba,
tutti inseme pregando ch'i' sempre ami.
Ma tu, ben nata, che dal ciel mi chiami,
per la memoria di tua morte acerba
preghi ch'i' sprezzi 'l mondo e i suoi dolci hami.
281
Quante fiate, al mio dolce ricetto
fuggendo altrui et, s'esser po, me stesso,
vo con gli occhi bagnando l'erba e 'l petto,
rompendo co' sospir' l'aere da presso!
Quante fiate sol, pien di sospetto,
per luoghi ombrosi et foschi mi son messo,
cercando col penser l'alto diletto
che Morte a tolto, ond'io la chiamo spesso!
Or in forma di ninpha o d'altra diva
che del piu chiaro fondo di Sorga esca,
et pongasi a sedere in su la riva;
or l'o veduto su per l'erba fresca
calcare i fior' com'una donna viva,
mostrando in vista che di me le 'ncresca.
282
Alma felice che sovente torni
a consolar le mie notti dolenti
con gli occhi tuoi che Morte non a spenti,
ma sovra 'l mortal modo fatti adorni:
quanto gradisco che' miei tristi giorni
a rallegrar de tua vista consenti!
Cosi comincio a ritrovar presenti
le tue bellezze a' suoi usati soggiorni,
la 've cantando andai di te molt'anni,
or, come vedi, vo di te piangendo:
di te piangendo no, ma de' miei danni.
Sol un riposo trovo in molti affanni,
che, quando torni, te conosco e 'ntendo
a l'andar, a la voce, al volto, a' panni.
283
Discolorato ai, Morte, il piu bel volto
che mai si vide, e i piu begli occhi spenti;
spirto piu acceso di vertuti ardenti
del piu leggiadro et piu bel nodo ai sciolto.
In un momento ogni mio ben m'ai tolto,
post'ai silenzio a' piu soavi accenti
che mai s'udiro, et me pien di lamenti:
quant'io veggio m'e noia, et quand'io ascolto.
Ben torna a consolar tanto dolore
madonna, ove Pieta la riconduce:
ne trovo in questa vita altro soccorso.
Et se come ella parla, et come luce,
ridir potessi, accenderei d'amore,
non diro d'uom, un cor di tigre o d'orso.
284
Si breve e 'l tempo e 'l penser si veloce
che mi rendon madonna cosi morta,
ch'al gran dolor la medicina e corta:
pur, mentr'io veggio lei, nulla mi noce.
Amor, che m'a legato et tienmi in croce,
trema quando la vede in su la porta
de l'alma ove m'ancide, anchor si scorta,
si dolce in vista et si soave in voce.
Come donna in suo albergo altera vene,
scacciando de l'oscuro et grave core
co la fronte serena i pensier' tristi.
L'alma, che tanta luce non sostene,
sospira et dice: " O benedette l'ore
del di che questa via con li occhi apristi! "
285
Ne mai pietosa madre al caro figlio
ne donna accesa al suo sposo dilecto
die' con tanti sospir', con tal sospetto
in dubbio stato si fedel consiglio,
come a me quella che 'l mio grave exiglio
mirando dal suo eterno alto ricetto,
spesso a me torna co l'usato affecto,
et di doppia pietate ornata il ciglio:
or di madre, or d'amante; or teme, or arde
d'onesto foco; et nel parlar mi mostra
quel che 'n questo viaggio fugga o segua,
contando i casi de la vita nostra,
pregando ch'a levar l'alma non tarde:
et sol quant'ella parla, o pace o tregua.
286
Se quell'aura soave de' sospiri
ch'i' odo di colei che qui fu mia
donna, or e in cielo, et anchor par qui sia,
et viva, et senta, et vada, et ami, et spiri,
ritrar potessi, or che caldi desiri
movrei parlando! si gelosa et pia
torna ov'io son, temendo non fra via
mi stanchi, o 'ndietro o da man manca giri.
Ir dritto, alto, m'insegna; et io, che 'ntendo
le sue caste lusinghe e i giusti preghi
col dolce mormorar pietoso et basso,
secondo lei conven mi regga et pieghi,
per la dolcezza che del suo dir prendo,
ch'avria vertu di far piangere un sasso.
287
Sennuccio mio, benche doglioso et solo
m'abbi lasciato, i' pur mi riconforto,
perche del corpo ov'eri preso et morto,
alteramente se' levato a volo.
Or vedi inseme l'un et l'altro polo,
le stelle vaghe et lor viaggio torto,
et vedi il veder nostro quanto e corto,
onde col tuo gioir tempro 'l mio duolo.
Ma ben ti prego che 'n la terza spera
Guitton saluti, et messer Cino, et Dante,
Franceschin nostro, et tutta quella schiera.
A la mia donna puoi ben dire in quante
lagrime io vivo; et son fatt'una fera,
membrando il suo bel viso et l'opre sante.
288
I' o pien di sospir' quest'aere tutto,
d'aspri colli mirando il dolce piano
ove nacque colei ch'avendo in mano
meo cor in sul fiorire e 'n sul far frutto,
e gita al cielo, ed ammi a tal condutto,
col subito partir, che, di lontano
gli occhi miei stanchi lei cercando invano,
presso di se non lassan loco asciutto.
Non e sterpo ne sasso in questi monti,
non ramo o fronda verde in queste piagge,
non fiore in queste valli o foglia d'erba,
stilla d'acqua non ven di queste fonti,
ne fiere an questi boschi si selvagge,
che non sappian quanto e mia pena acerba.
289
L'alma mia fiammma oltra le belle bella,
ch'ebbe qui 'l ciel si amico et si cortese,
anzi tempo per me nel suo paese
e ritornata, et a la par sua stella.
Or comincio a svegliarmi, et veggio ch'ella
per lo migliore al mio desir contese,
et quelle voglie giovenili accese
tempro con una visita dolce et fella.
Lei ne ringratio, e 'l suo alto consiglio,
che col bel viso et co' soavi sdegni
faceami ardendo pensar mia salute.
O leggiadre arti et lor effetti degni,
l'un co la lingua oprar, l'altra col ciglio,
io gloria in lei, et ella in me virtute!
290
Come va 'l mondo! or mi diletta et piace
quel che piu mi dispiaque; or veggio et sento
che per aver salute ebbi tormento,
et breve guerra per eterna pace.
O speranza, o desir sempre fallace,
et degli amanti piu ben per un cento!
O quant'era il peggior farmi contento
quella ch'or siede in cielo, e 'n terra giace!
Ma 'l ceco Amor et la mia sorda mente
mi traviavan si, ch'andar per viva
forza mi convenia dove morte era.
Benedetta colei ch'a miglior riva
volse il mio corso, et l'empia voglia ardente
lusingando affreno perch'io non pera.
291
Quand'io veggio dal ciel scender l'Aurora
co la fronte di rose et co' crin' d'oro,
Amor m'assale, ond'io mi discoloro,
et dico sospirando: Ivi e Laura ora.
O felice Titon, tu sai ben l'ora
da ricovrare il tuo caro tesoro:
ma io che debbo far del dolce alloro?
che se 'l vo' riveder, conven ch'io mora.
I vostri dipartir' non son si duri,
ch'almen di notte suol tornar colei
che non a schifo le tue bianche chiome:
le mie notti fa triste, e i giorni oscuri,
quella che n'a portato i penser' miei,
ne di se m'a lasciato altro che 'l nome.
292
Gli occhi di ch'io parlai si caldamente,
et le braccia et le mani et i piedi e 'l viso,
che m'avean si da me stesso diviso,
et fatto singular da l'altra gente;
le crespe chiome d'or puro lucente
e 'l lampeggiar de l'angelico riso,
che solean fare in terra un paradiso,
poca polvere son, che nulla sente.
Et io pur vivo, onde mi doglio et sdegno,
rimaso senza 'l lume ch'amai tanto,
in gran fortuna e 'n disarmato legno.
Or sia qui fine al mio amoroso canto:
secca e la vena de l'usato ingegno,
et la cetera mia rivolta in pianto.
293
S'io avesse pensato che si care
fossin le voci de' sospir' miei in rima,
fatte l'avrei, dal sospirar mio prima,
in numero piu spesse, in stil piu rare.
Morta colei che mi facea parlare,
et che si stava de' pensier' miei in cima,
non posso, et non o piu si dolce lima,
rime aspre et fosche far soavi et chiare.
Et certo ogni mio studio in quel tempo era
pur di sfogare il doloroso core
in qualche modo, non d'acquistar fama.
Pianger cercai, non gia del pianto honore:
or vorrei ben piacer; ma quella altera
tacito stanco dopo se mi chiama.
294
Soleasi nel mio cor star bella et viva,
com'altra donna in loco humile et basso:
or son fatto io per l'ultimo suo passo
non pur mortal, ma morto, et ella e diva.
L'alma d'ogni suo ben spogliata et priva,
Amor de la sua luce ignudo et casso
devrian de la pieta romper un sasso,
ma non e chi lor duol riconti o scriva:
che piangon dentro, ov'ogni orecchia e sorda,
se non la mia, cui tanta doglia ingombra,
ch'altro che sospirar nulla m'avanza.
Veramente siam noi polvere et ombra,
veramente la voglia cieca e 'ngorda,
veramente fallace e la speranza.
295
Soleano i miei penser' soavemente
di lor obgetto ragionare inseme:
" Pieta s'appressa, e del tardar si pente;
forse or parla di noi, o spera, o teme. "
Poi che l'ultimo giorno et l'ore extreme
spogliar di lei questa vita presente,
nostro stato dal ciel vede, ode et sente:
altra di lei non e rimaso speme.
O miracol gentile, o felice alma,
o belta senza exempio altera et rara,
che tosto e ritornata ond'ella uscio!
Ivi a del suo ben far corona et palma
quella ch'al mondo si famosa et chiara
fe' la sua gran vertute, e 'l furor mio.
296
I' mi soglio accusare, et or mi scuso,
anzi me pregio et tengo assai piu caro,
de l'onesta pregion, del dolce amaro
colpo, ch'i' portai gia molt'anni chiuso.
Invide Parche, si repente il fuso
troncaste, ch'attorcea soave et chiaro
stame al mio laccio, et quello aurato et raro
strale, onde morte piacque oltra nostro uso!
Che non fu d'allegrezza a' suoi di mai,
di liberta, di vita alma si vaga,
che non cangiasse 'l suo natural modo,
togliendo anzi per lei sempre trar guai
che cantar per qualunque, e di tal piaga
morir contenta, et viver in tal nodo.
297
Due gran nemiche inseme erano agiunte,
Bellezza et Honesta, con pace tanta
che mai rebellion l'anima santa
non senti poi ch'a star seco fur giunte;
et or per Morte son sparse et disgiunte:
l'una e nel ciel, che se ne gloria et vanta;
l'altra sotterra, che ' begli occhi amanta,
onde uscir gia tant'amorose punte.
L'atto soave, e 'l parlar saggio humile
che movea d'alto loco, e 'l dolce sguardo
che piagava il mio core (anchor l'acenna),
sono spariti; et s'al seguir son tardo,
forse averra che 'l bel nome gentile
consecrero con questa stanca penna.
298
Quand'io mi volgo indietro a miarar gli anni
ch'anno fuggendo i miei penseri sparsi,
et spento 'l foco ove agghiacciando io arsi,
et finito il riposo pien d'affanni,
rotta la fe' degli amorosi inganni,
et sol due parti d'ogni mio ben farsi,
l'una nel cielo et l'altra in terra starsi,
et perduto il guadagno de' miei damni,
i' mi riscuto, et trovomi si nudo,
ch'i' porto invidia ad ogni extrema sorte:
tal cordoglio et paura o di me stesso.
O mia stella, o Fortuna, o Fato, o Morte,
o per me sempre dolce giorno et crudo,
come m'avete in basso stato messo!
299
Ov'e la fronte, che con picciol cenno
volgea il mio core in questa parte e 'n quella?
Ov'e 'l bel ciglio, et l'una et l'altra stella
ch'al corso del mio viver lume denno?
Ov'e 'l valor, la conoscenza e 'l senno?
L'accorta, honesta, humil, dolce favella?
Ove son le bellezze accolte in ella,
che gran tempo di me lor voglia fenno?
Ov'e l'ombra gentil del viso humano
ch'ora et riposo dava a l'alma stanca,
et la 've i miei pensier' scritti eran tutti?
Ov'e colei che mia vita ebbe in mano?
Quanto al misero mondo, et quanto manca
agli occhi miei che mai non fien asciutti!
300
Quanta invidia io ti porto, avara terra,
ch'abbracci quella cui veder m'e tolto,
et mi contendi l'aria del bel volto,
dove pace trovai d'ogni mia guerra!
Quanta ne porto al ciel, che chiude et serra
et si cupidamente a in se raccolto
lo spirto da le belle membra sciolto,
et per altrui si rado si diserra!
Quanta invidia a quell'anime che 'n sorte
anno or sua santa et dolce compagnia
la qual io cercai sempre con tal brama!
Quant'a la dispietata et dura Morte,
ch'avendo spento in lei la vita mia,
stassi ne suoi begli occhi, et me non chiama!
301
Valle che de' lamenti miei se' piena,
fiume che spesso del mio pianger cresci,
fere selvestre, vaghi augelli et pesci,
che l'una et l'altra verde riva affrena,
aria de' miei sospir' calda et serena,
dolce sentier che si amaro riesci,
colle che mi piacesti, or mi rincresci,
ov'anchor per usanza Amor mi mena:
ben riconosco in voi l'usate forme,
non, lasso, in me, che da si lieta vita
son fatto albergo d'infinita doglia.
Quinci vedea 'l mio bene; et per queste orme
torno a veder ond'al ciel nuda e gita,
lasciando in terra la sua bella spoglia.
302
Levommi il mio penser in parte ov'era
quella ch'io cerco, et non ritrovo in terra:
ivi, fra lor che 'l terzo cerchio serra,
la rividi piu bella et meno altera.
Per man mi prese, et disse: " In questa spera
sarai anchor meco, se 'l desir non erra:
i' so' colei che ti die' tanta guerra,
et compie' mia giornata inanzi sera.
Mio ben non cape in intelletto humano:
te solo aspetto, et quel che tanto amasti
e la giuso e rimaso, il mio bel velo. "
Deh perche tacque, et allargo la mano?
Ch'al suon de' detti si pietosi et casti
poco manco ch'io non rimasi in cielo.
303
Amor, che meco al buon tempo ti stavi
fra queste rive, a' pensier' nostri amiche,
et per saldar le ragion' nostre antiche
meco et col fiume ragionando andavi;
fior', frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi,
valli chiuse, alti colli et piagge apriche,
porto de l'amorose mie fatiche,
de le fortune mie tante, et si gravi;
o vaghi habitator' de' verdi boschi,
o ninphe, et voi che 'l fresco herboso fondo
del liquido cristallo alberga et pasce:
i di miei fur si chiari, or son si foschi,
come Morte che 'l fa; cosi nel mondo
sua ventura a ciascun dal di che nasce.
304
Mentre che 'l cor dagli amorosi vermi
fu consumato, e 'n fiammma amorosa arse,
di vaga fera le vestigia sparse
cercai per poggi solitarii et hermi;
et ebbi ardir cantando di dolermi
d'Amor, di lei che si dura m'apparse:
ma l'ingegno et le rime erano scarse
in quella etate ai pensier' novi e 'nfermi.
Quel foco e morto, e 'l copre un picciol marmo:
che se col tempo fossi ito avanzando
(come gia in altri) infino a la vecchiezza,
di rime armato, ond'oggi mi disarmo,
con stil canuto avrei fatto parlando
romper le pietre, et pianger di dolcezza.
305
Anima bella da quel nodo sciolta
che piu bel mai non seppe ordir Natura,
pon' dal ciel mente a la mia vita oscura,
da si lieti pensieri a pianger volta.
La falsa opinion dal cor s'e tolta,
che mi fece alcun tempo acerba et dura
tua dolce vista: omai tutta secura
volgi a me gli occhi, e i miei sospiri ascolta.
Mira 'l gran sasso, donde Sorga nasce,
et vedra'vi un che sol tra l'erbe et l'acque
di tua memoria et di dolor si pasce.
Ove giace il tuo albergo, et dove nacque
il nostro amor, vo' ch'abbandoni et lasce,
per non veder ne' tuoi quel ch'a te spiacque.
306
Quel sol che mi mostrava il camin destro
di gire al ciel con gloriosi passi,
tornando al sommo Sole, in pochi sassi
chiuse 'l mio lume e 'l suo carcer terrestro:
ond'io son fatto un animal silvestro,
che co pie' vaghi, solitarii et lassi
porto 'l cor grave et gli occhi humidi et bassi
al mondo, ch'e per me un deserto alpestro.
Cosi vo ricercando ogni contrada
ov'io la vidi; et sol tu che m'affligi,
Amor, vien meco, et mostrimi ond'io vada.
Lei non trov'io: ma suoi santi vestigi
tutti rivolti a la superna strada
veggio, lunge da' laghi averni et stigi.
307
I' pensava assai destro esser su l'ale,
non per lor forza, ma di chi le spiega,
per gir cantando a quel bel nodo eguale
onde Morte m'assolve, Amor mi lega.
Trovaimi a l'opra via piu lento et frale
d'un picciol ramo cui gran fascio piega,
et dissi: " A cader va chi troppo sale,
ne si fa ben per huom quel che 'l ciel nega. "
Mai non poria volar penna d'ingegno,
nonche stil grave o lingua, ove Natura
volo, tessendo il mio dolce ritegno.
Seguilla Amor con si mirabil cura
in adornarlo, ch'i' non era degno
pur de la vista: ma fu mia ventura.
308
Quella per cui con Sorga o cangiato Arno,
con franca poverta serve richezze,
volse in amaro sue sante dolceze,
ond'io gia vissi, or me ne struggo et scarno.
Da poi piu volte o riprovato indarno
al secol che verra l'alte belleze
pinger cantando, a cio che l'alme et preze:
ne col mio stile il suo bel viso incarno.
Le lode mai non d'altra, et proprie sue,
che 'n lei fur come stelle in cielo sparte,
pur ardisco ombreggiare, or una, or due:
ma poi ch'i' giungo a la divina parte
ch'un chiaro et breve sole al mondo fue,
ivi manca l'ardir, l'ingegno et l'arte.
309
L'alto et novo miracol ch'a' di nostri
apparve al mondo, et star seco non volse,
che sol ne mostro 'l ciel poi sel ritolse,
per adornarne i suoi stellanti chiostri,
vuol ch'i' depinga a chi nol vide, e 'l mostri,
Amor, che 'n prima la mia lingua sciolse,
poi mille volte indarno a l'opra volse
ingegno, tempo, penne, carte, e 'nchiostri.
Non son al sommo anchor giunte le rime:
in me il conosco; et proval ben chiunque
e 'nfin a qui, che d'amor parli o scriva.
Chi sa pensare, il ver tacito estime,
ch'ogni stil vince, et poi sospire: " Adunque
beati gli occhi che la vider viva. "
310
Zephiro torna, e 'l bel tempo rimena,
e i fiori et l'erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida et vermiglia.
Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;
Giove s'allegra di mirar sua figlia;
l'aria et l'acqua et la terra e d'amor piena;
ogni animal d'amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso, tornano i piu gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch'al ciel se ne porto le chiavi;
et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e 'n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.
311
Quel rosignol, che si soave piagne,
forse suoi figli, o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo et le campagne
con tante note si pietose et scorte,
et tutta notte par che m'accompagne,
et mi rammente la mia dura sorte:
ch'altri che me non o di ch'i' mi lagne,
che 'n dee non credev'io regnasse Morte.
O che lieve e inganar chi s'assecura!
Que' duo bei lumi assai piu che 'l sol chiari
chi penso mai veder far terra oscura?
Or cognosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo et lagrimando impari
come nulla qua giu diletta, et dura.
312
Ne per sereno ciel ir vaghe stelle,
ne per tranquillo mar legni spalmati,
ne per campagne cavalieri armati,
ne per bei boschi allegre fere et snelle;
ne d'aspettato ben fresche novelle
ne dir d'amore in stili alti et ornati
ne tra chiare fontane et verdi prati
dolce cantare honeste donne et belle;
ne altro sara mai ch'al cor m'aggiunga,
si seco il seppe quella sepellire
che sola agli occhi miei fu lume et speglio.
Noia m'e 'l viver si gravosa et lunga
ch'i' chiamo il fine, per lo gran desire
di riveder cui non veder fu 'l meglio.
313
Passato e 'l tempo omai, lasso, che tanto
con refrigerio in mezzo 'l foco vissi;
passato e quella di ch'io piansi et scrissi,
ma lasciato m'a ben la penna e 'l pianto.
Passato e 'l viso si leggiadro et santo,
ma passando i dolci occhi al cor m'a fissi:
al cor gia mio, che seguendo partissi
lei ch'avolto l'avea nel suo bel manto.
Ella 'l se ne porto sotterra, e 'n cielo
ove or triumpha, ornata de l'alloro
che merito la sua invicta honestate.
Cosi disciolto dal mortal mio velo
ch'a forza mi tien qui, foss'io con loro
fuor de' sospir' fra l'anime beate!
314
Mente mia, che presaga de' tuoi damni,
al tempo lieto gia pensosa et trista,
si 'ntentamente ne l'amata vista
requie cercavi de' futuri affanni,
agli atti, a le parole, al viso, ai panni,
a la nova pieta con dolor mista,
potei ben dir, se del tutto eri avista:
Questo e l'ultimo di de' miei dolci anni.
Qual dolcezza fu quella, o misera alma!
come ardavamo in quel punto ch'i' vidi
gli occhi i quai non devea riveder mai,
quando a lor come a' duo amici piu fidi
partendo in guardia la piu nobil salma,
i miei cari penseri e 'l cor, lasciai!
315
Tutta la mia fiorita et verde etade
passava, e 'ntepidir sentia gia 'l foco
ch'arse il mio core, et era giunto al loco
ove scende la vita ch'al fin cade.
Gia incomminciava a prender securtade
la mia cara nemica a poco a poco
de' suoi sospetti, et rivolgeva in gioco
mie pene acerbe sua dolce honestade.
Presso era 'l tempo dove Amor si scontra
con Castitate, et agli amanti e dato
sedersi inseme, et dir che lor incontra.
Morte ebbe invidia al mio felice stato,
anzi a la speme; et feglisi a l'incontra
a mezza via come nemico armato.
316
Tempo era omai da trovar pace o triegua
di tanta guerra, et erane in via forse,
se non che' lieti passi indietro torse
chi le disaguaglianze nostre adegua:
che, come nebbia al vento si dilegua,
cosi sua vita subito trascorse
quella che gia co' begli occhi mi scorse,
et or conven che col penser la segua.
Poco avev'a 'ndugiar, che gli anni e 'l pelo
cangiavano i costumi: onde sospetto
non fora il ragionar del mio mal seco.
Con che honesti sospiri l'avrei detto
le mie lunghe fatiche, ch'or dal cielo
vede, son certo, et duolsene anchor meco!
317
Tranquillo porto avea mostrato Amore
a la mia lunga et torbida tempesta
fra gli anni de la eta matura honesta
che i vicii spoglia, et vertu veste et honore.
Gia traluceva a' begli occhi il mio core,
et l'alta fede non piu lor molesta.
Ahi Morte ria, come a schiantar se' presta
il frutto de molt'anni in si poche hore!
Pur vivendo veniasi ove deposto
in quelle caste orecchie avrei parlando
de' miei dolci pensier' l'antiqua soma;
et ella avrebbe a me forse resposto
qualche santa parola sospirando,
cangiati i volti, et l'una et l'altra coma.
318
Al cader d'una pianta che si svelse
come quella che ferro o vento sterpe,
spargendo a terra le sue spoglie excelse,
mostrando al sol la sua squalida sterpe,
vidi un'altra ch'Amor obiecto scelse,
subiecto in me Calliope et Euterpe;
che 'l cor m'avinse, et proprio albergo felse,
qual per trunco o per muro hedera serpe.
Quel vivo lauro ove solean far nido
li alti penseri, e i miei sospiri ardenti,
che de' bei rami mai non mossen fronda,
al ciel traslato, in quel suo albergo fido
lascio radici, onde con gravi accenti
e anchor chi chiami, et non e chi responda.
319
I di miei piu leggier' che nesun cervo,
fuggir come ombra, et non vider piu bene
ch'un batter d'occhio, et poche hore serene,
ch'amare et dolci ne la mente servo.
Misero mondo, instabile et protervo
del tutto e cieco chi 'n te pon sua spene:
che 'n te mi fu 'l cor tolto, et or sel tene
tal ch'e gia terra, et non giunge osso a nervo.
Ma la forma miglior, che vive anchora,
et vivra sempre, su ne l'alto cielo,
di sue bellezze ogni or piu m'innamora;
et vo, sol in pensar, cangiando il pelo,
qual ella e oggi, e 'n qual parte dimora,
qual a vedere il suo leggiadro velo.
320
Sento l'aura mia anticha, e i dolci colli
veggio apparire, onde 'l bel lume nacque
che tenne gli occhi mei mentr'al ciel piacque
bramosi et lieti, or li ten tristi et molli.
O caduche speranze, o penser' folli!
Vedove l'erbe et torbide son l'acque,
et voto et freddo 'l nido in ch'ella giacque,
nel qual io vivo, et morto giacer volli,
sperando alfin da le soavi piante
et da begli occhi suoi, che 'l cor m'ann'arso,
riposo alcun de le fatiche tante.
O' servito a signor crudele et scarso:
ch'arsi quanto 'l mio foco ebbi davante,
or vo piangendo il suo cenere sparso.
321
E questo 'l nido in che la mia fenice
mise l'aurate et le purpuree penne,
che sotto le sue ali il mio cor tenne,
et parole et sospiri ancho ne elice?
O del dolce mio mal prima radice,
ov'e il bel viso, onde quel lume venne
che vivo et lieto, ardendo mi mantenne?
Sol' eri in terra; or se' nel ciel felice.
Et m'ai lasciato qui misero et solo,
talche pien di duol sempre al loco torno
che per te consecrato honora et colo;
veggendo a' colli oscura notte intorno
onde prendesti al ciel l'ultimo volo,
et dove li occhi tuoi solean far giorno.
322
Mai non vedranno le mie luci asciutte
con le parti de l'animo tranquille
quelle note ov'Amor par che sfaville,
et Pieta di sua man l'abbia construtte.
Spirto gia invicto a le terrene lutte,
ch'or su dal ciel tanta dolcezza stille,
ch'a lo stil, onde Morte dipartille,
le disviate rime ai ricondutte:
di mie tenere frondi altro lavoro
cerdea mostrarte; et qual fero pianeta
ne 'nvidio inseme, o mio nobil tesoro?
Chi 'nnanzi tempo mi t'asconde et vieta,
che col cor veggio, et co la lingua honoro,
e 'n te, dolce sospir, l'alma s'acqueta?
323
Standomi un giorno solo a la fenestra,
onde cose vedea tante, et si nove,
ch'era sol di mirar quasi gia stancho,
una fera m'apparve da man destra,
con fronte humana, da far arder Giove,
cacciata da duo veltri, un nero, un biancho;
che l'un et l'altro fiancho
de la fera gentil mordean si forte,
che 'n poco tempo la menaro al passo
ove, chiusa in un sasso,
vinse molta bellezza acerba morte:
et mi fe' sospirar sua dura sorte.
Indi per alto mar vidi una nave,
con le sarte di seta, et d'or la vela,
tutta d'avorio et d'ebeno contesta;
e 'l mar tranquillo, et l'aura era soave,
e 'l ciel qual e se nulla nube il vela,
ella carca di ricca merce honesta:
poi repente tempesta
oriental turbo si l'aere et l'onde,
che la nave percosse ad uno scoglio.
O che grave cordoglio!
Breve hora oppresse, et poco spatio asconde,
l'alte ricchezze a nul'altre seconde.
In un boschetto novo, i rami santi
fiorian d'un lauro giovenetto et schietto,
ch'un delli arbor' parea di paradiso;
et di sua ombra uscian si dolci canti
di vari augelli, et tant'altro diletto,
che dal mondo m'avean tutto diviso;
et mirandol io fiso,
cangiossi 'l cielo intorno, et tinto in vista,
folgorando 'l percosse, et da radice
quella pianta felice
subito svelse: onde mia vita e trista,
che simile ombra mai non si racquista.
Chiara fontana in quel medesmo bosco
sorgea d'un sasso, et acque fresche et dolci
spargea, soavemente mormorando;
al bel seggio, riposto, ombroso et fosco,
ne pastori appressavan ne bifolci,
ma ninphe et muse a quel tenor cantando:
ivi m'assisi; et quando
piu dolcezza prendea di tal concento
et di tal vista, aprir vidi uno speco,
et portarsene seco
la fonte e 'l loco: ond'anchor doglia sento,
et sol de la memoria mi sgomento.
Una strania fenice, ambedue l'ale
di porpora vestita, e 'l capo d'oro,
vedendo per la selva altera et sola,
veder forma celeste et immortale
prima pensai, fin ch'a lo svelto alloro
giunse, et al fonte che la terra invola:
ogni cosa al fin vola;
che, mirando le frondi a terra sparse,
e 'l troncon rotto, et quel vivo humor secco,
volse in se stessa il becco,
quasi sdegnando, e 'n un punto disparse:
onde 'l cor di pietate, et d'amor m'arse.
Alfin vid'io per entro i fiori et l'erba
pensosa ir si leggiadra et bella donna,
che mai nol penso ch'i' non arda et treme:
humile in se, ma 'ncontra Amor superba;
et avea indosso si candida gonna,
si texta, ch'oro et neve parea inseme;
ma le parti supreme
eran avolte d'una nebbia oscura:
punta poi nel tallon d'un picciol angue,
come fior colto langue,
lieta si dipartio, nonche secura.
Ahi, nulla, altro che pianto, al mondo dura!
Canzon, tu puoi ben dire:
" Queste sei visioni al signor mio
an fatto un dolce di morir desio. "
324
Amor, quando fioria
mia spene, e 'l guidardon di tanta fede,
tolta m'e quella ond'attendea mercede.
Ahi dispietata morte, ahi crudel vita!
L'una m'a posto in doglia,
et mie speranze acerbamente a spente;
l'altra mi ten qua giu contra mia voglia,
et lei che se n'e gita
seguir non posso, ch'ella nol consente.
Ma pur ogni or presente
nel mezzo del meo cor madonna siede,
et qual e la mia vita, ella sel vede.
325
Tacer non posso, et temo non adopre
contrario effecto la mia lingua al core,
che vorria far honore
a la sua donna, che dal ciel n'ascolta.
Come poss'io, se non m'insegni, Amore,
con parole mortali aguagliar l'opre
divine, et quel che copre
alta humiltate, in se stessa raccolta?
Ne la bella pregione, onde or e sciolta,
poco era stato anchor l'alma gentile,
al tempo che di lei prima m'accorsi:
onde subito corsi,
ch'era de l'anno et di mi' etate aprile,
a coglier fiori in quei prati d'intorno,
sperando a li occhi suoi piacer si addorno.
Muri eran d'alabastro, e 'l tetto d'oro,
d'avorio uscio, et fenestre di zaffiro,
onde 'l primo sospiro
mi giunse al cor, et giugnera l'extremo:
Inde i messi d'Amor armati usciro
di saette et di foco, ond'io di loro,
coronati d'alloro,
pur come or fusse, ripensando tremo.
D'un bel diamante quadro, et mai non scemo,
vi si vedea nel mezzo un seggio altero
ove, sola, sedea, la bella donna:
dinanzi, una colonna
cristallina, et iv'entro ogni pensero
scritto, et for tralucea si chiaramente,
che mi fea lieto, et sospirar sovente.
A le pungenti, ardenti et lucide arme,
a la vittoriosa insegna verde,
contra cui in campo perde
Giove et Apollo et Poliphemo et Marte,
ov'e 'l pianto ognor fresco, et si rinverde,
giunto mi vidi: et non possendo aitarme,
preso lassai menarme
ond'or non so d'uscir la via ne l'arte.
Ma si com'uom talor che piange, et parte
vede cosa che li occhi e 'l cor alletta,
cosi colei per ch'io son in pregione,
standosi ad un balcone,
che fu sola a' suoi di cosa perfetta,
cominciai a mirar con tal desio
che me stesso e 'l mio mal posi in oblio.
I' era in terra, e 'l cor in paradiso,
dolcemente obliando ogni altra cura,
et mia viva figura
far sentia un marmo e 'mpier di meraviglia,
quando una donna assai pronta et secura,
di tempo anticha, et giovene del viso,
vedendomi si fiso
a l'atto de la fronte et de le ciglia:
" Meco " mi disse , " meco ti consiglia,
ch'i' son d'altro poder che tu non credi;
et so far lieti et tristi in un momento,
piu leggiera che 'l vento,
et reggo et volvo quando al mondo vedi.
Tien' pur li occhi come aquila in quel sole:
parte da' orecchi a queste mie parole.
Il di che costei nacque, eran le stelle
che producon fra voi felici effecti
in luoghi alti et electi,
l'una ver' l'altra con amor converse:
Venere e 'l padre con benigni aspecti
tenean le parti signorili et belle,
et le luci impie et felle
quasi in tutto del ciel eran disperse.
Il sol mai si bel giorno non aperse:
l'aere et la terra s'allegrava, et l'acque
per lo mar avean pace et per li fiumi.
Fra tanti amici lumi,
una nube lontana mi dispiacque:
la qual temo che 'n pianto si resolve,
se Pietate altramente il ciel non volve.
Com'ella venne in questo viver basso,
ch'a dir il ver non fu degno d'averla,
cosa nova a vederla,
gia santissima et dolce anchor acerba,
parea chiusa in or fin candida perla;
et or carpone, or con tremante passo,
legno, acqua, terra, o sasso
verde facea, chiara, soave, et l'erba
con le palme o co i pie' fresca et superba,
et fiorir co i belli occhi le campagne,
et acquetar i venti et le tempeste
con voci anchor non preste,
di lingua che dal latte si scompagne:
chiaro mostrando al mondo sordo et cieco
quanto lume del ciel fusse gia seco.
Poi che crescendo in tempo et in virtute,
giunse a la terza sua fiorita etate,
leggiadria ne beltate
tanta non vide 'l sol, credo, gia mai:
li occhi pien' di letitia et d'onestate,
e 'l parlar di dolcezza et di salute.
Tutte lingue son mute,
a dir di lei quel che tu sol ne sai.
Si chiaro a 'l volto di celesti rai,
che vostra vista in lui non po fermarse;
et da quel suo bel carcere terreno
di tal foco ai 'l cor pieno,
ch'altro piu dolcemente mai non arse:
ma parmi che sua subita partita
tosto ti fia cagion d'amara vita ".
Detto questo, a la sua volubil rota
si volse, in ch'ella fila il nostro stame,
trista et certa indivina de' miei danni:
che, dopo non molt'anni,
quella per ch'io o di morir tal fame,
canzon mia, spense Morte acerba et rea,
che piu bel corpo occider non potea.
326
Or ai fatto l'extremo di tua possa,
o crudel Morte; or ai 'l regno d'Amore
impoverito; or di bellezza il fiore
e 'l lume ai spento, et chiuso in poca fossa;
or ai spogliata nostra vita et scossa
d'ogni ornamento et del sovran suo honore:
ma la fama e 'l valor che mai non more
non e in tua forza; abbiti ignude l'ossa:
che l'altro a 'l cielo, et di sua chiaritate,
quasi d'un piu bel sol, s'allegra et gloria,
et fi' al mondo de' buon' sempre in memoria.
Vinca 'l cor vostro, in sua tanta victoria,
angel novo, lassu, di me pietate,
come vinse qui 'l mio vostra beltate.
327
L'aura et l'odore e 'l refrigerio et l'ombra
del dolce lauro et sua vista fiorita,
lume et riposo di mia stanca vita,
tolt'a colei che tutto 'l mondo sgombra.
Come a noi il sol se sua soror l'adombra,
cosi l'alta mia luce a me sparita,
i' cheggio a Morte incontra Morte aita,
di si scuri penseri Amor m'ingombra.
Dormit'ai, bella donna, un breve sonno:
or se' svegliata fra li spirti electi,
ove nel suo factor l'alma s'interna;
et se mie rime alcuna cosa ponno,
consecrata fra i nobili intellecti
fia del tuo nome qui memoria eterna.
328
L'ultimo, lasso, de' miei giorni allegri,
che pochi o visto in questo viver breve,
giunto era, et facto 'l cor tepida neve
forse presago de di tristi et negri.
Qual a gia i nervi e i polsi e i pensier' egri
cui domestica febbre assalir deve,
tal mi sentia, non sappiend'io che leve
venisse 'l fin de' miei ben' non integri.
Li occhi belli, or in ciel chiari et felici
del lume onde salute et vita piove,
lasciando i miei qui miseri et mendici,
dicean lor con faville honeste et nove:
" Rimanetevi in pace, o cari amici.
Qui mai piu no, ma rivedrenne altrove. "
329
O giorno, o hora, o ultimo momento,
o stelle congiurate a 'mpoverirme!
O fido sguardo, or che volei tu dirme,
partend'io per non esser mai contento?
Or conosco i miei danni, or mi risento:
ch'i' credeva (ahi, credenze vane e 'nfirme)
perder parte, non tutto, al dipartirme;
quante speranze se ne porta il vento!
Che gia 'l contrario era ordinato in cielo,
spegner l'almo mio lume ond'io vivea,
et scritto era in sua dolce amara vista;
ma 'nnanzi agli occhi m'era post'un velo
che mi fea non veder quel ch'i' vedea,
per far mia vita subito piu trista.
330
Quel vago, dolce, caro, honesto sguardo
dir parea: " To' di me quel che tu poi,
che mai piu qui non mi vedrai da poi
ch'avrai quinci il pe' mosso, a mover tardo. "
Intellecto veloce piu che pardo,
pigro in antivedere i dolor' tuoi,
come non vedestu nelli occhi suoi
quel che ved'ora, ond'io mi struggo et ardo?
Taciti sfavillando oltra lor modo,
dicean: " O lumi amici che gran tempo
con tal dolcezza feste di noi specchi,
il ciel n'aspetta: a voi parra per tempo;
ma chi ne strinse qui, dissolve il nodo,
e 'l vostro per farv'ira, vuol che 'nvecchi. "
331
Solea da la fontana di mia vita
allontanarme, et cercar terre et mari,
non mio voler, ma mia stella seguendo;
et sempre andai, tal Amor diemmi aita,
in quelli esilii quanto e' vide amari,
di memoria et di speme il cor pascendo.
Or lasso, alzo la mano, et l'arme rendo
a l'empia et violenta mia fortuna,
che privo m'a di si dolce speranza.
Sol memoria m'avanza,
et pasco 'l gran desir sol di quest'una:
onde l'alma vien men frale et digiuna.
Come a corrier tra via, se 'l cibo manca,
conven per forza rallentare il corso,
scemando la vertu che 'l fea gir presto,
cosi, mancando a la mia vita stanca
quel caro nutrimento in che di morso
die' chi 'l mondo fa nudo e 'l mio cor mesto,
il dolce acerbo, e 'l bel piacer molesto
mi si fa d'ora in hora, onde 'l camino
si breve non fornir spero et pavento.
Nebbia o polvere al vento,
fuggo per piuu non esser pellegrino:
et cosi vada, s'e pur mio destino.
Mai questa mortal vita a ma non piacque
(sassel' Amor con cui spesso ne parlo)
se non per lei che fu 'l suo lume, e 'l mio:
poi che 'n terra morendo, al ciel rinacque
quello spirto ond'io vissi, a seguitarlo
(licito fusse) e 'l mi' sommo desio.
Ma da dolermi o ben sempre, perch'io
fui mal accorto a provveder mio stato,
ch'Amor mostrommi sotto quel bel ciglio
per darmi altro consiglio:
che tal mori gia tristo et sconsolato,
cui poco inanzi era 'l morir beato.
Nelli occhi ov'habitar solea 'l mio core
fin che mia dura sorte invidia n'ebbe,
che di si ricco albergo il pose in bando,
di sua man propria avea descritto Amore
con lettre di pieta quel ch'averrebbe
tosto del mio si lungo ir desiando.
Bello et dolce morire era allor quando,
morend'io, non moria mia vita inseme,
anzi vivea di me l'optima parte:
or mie speranza sparte
a Morte, et poca terra il mio ben preme;
et vivo; et mai nol penso ch'i' non treme.
Se stato fusse il mio poco intellecto
meco al bisogno, et non altra vaghezza
l'avesse disviando altrove volto,
ne la fronte a madonna avrei ben lecto:
" Alfin se' giunto d'ogni tua dolcezza
et al principio del tuo amaro molto. "
Questo intendendo, dolcemente sciolto
in sua presentia del mortal mio velo
et di questa noiosa et grave carne,
potea inanzi lei andarne,
a veder preparar sua sedia in cielo:
or l'andro dietro, omai, con altro pelo.
Canzon, s'uom trovi in suo amor viver queto,
di': " Muor' mentre se' lieto,
che morte al tempo e non duol, ma refugio;
et chi ben po morir, non cerchi indugio. "
332
Mia benigna fortuna e 'l viver lieto,
i chiari giorni et le tranquille notti
e i soavi sospiri e 'l dolce stile
che solea resonare in versi e 'n rime,
volti subitamente in doglia e 'n pianto,
odiar vita mi fanno, et bramar morte.
Crudel, acerba, inexorabil Morte,
cagion mi dai di mai non esser lieto,
ma di menar tutta mia vita in pianto,
e i giorni oscuri et le dogliose notti.
I mei gravi sospir' non vanno in rime,
e 'l mio duro martir vince ogni stile.
Ove e condutto il mio amoroso stile?
A parlar d'ira, a ragionar di morte.
U' sono i versi, u' son giunte le rime,
che gentil cor udia pensoso et lieto;
ove 'l favoleggiar d'amor le notti?
Or non parl'io, ne penso, altro che pianto.
Gia mi fu col desir si dolce il pianto,
che condia di dolcezza ogni agro stile,
et vegghiar mi facea tutte le notti:
or m'e 'l pianger amaro piu che morte,
non sperando mai 'l guardo honesto et lieto,
alto sogetto a le mie basse rime.
Chiaro segno Amor pose a le mie rime
dentro a' belli occhi, et or l'a posto in pianto,
con dolor rimembrando il tempo lieto:
ond'io vo col penser cangiando stile,
et ripregando te, pallida Morte,
che mi sottragghi a si penose notti.
Fuggito e 'l sonno a le mie crude notti,
e 'l suono usato a le mie roche rime,
che non sanno trattar altro che morte,
cosi e 'l mio cantar converso in pianto.
Non a 'l regno d'Amor si vario stile,
ch'e tanto or tristo quanto mai fu lieto.
Nesun visse gia mai piu di me lieto,
nesun vive piu tristo et giorni et notti;
et doppiando 'l dolor, doppia lo stile
che trae del cor si lagrimose rime.
Vissi di speme, or vivo pur di pianto,
ne contra Morte spero altro che Morte.
Morte m'a morto, et sola po far Morte
ch'i' torni a riveder quel viso lieto
che piacer mi facea i sospiri e 'l pianto,
l'aura dolce et la pioggia a le mie notti,
quando i penseri electi tessea in rime,
Amor alzando il mio debile stile.
Or avess'io un si pietoso stile
che Laura mia potesse torre a Morte,
come Euridice Orpheo sua senza rime,
ch'i' vivrei anchor piu che mai lieto!
S'esser non po, qualchuna d'este notti
chiuda omai queste due fonti di pianto.
Amor, i' o molti et molt'anni pianto
mio grave danno in doloroso stile,
ne da te spero mai men fere notti:
et pero mi son mosso a pregar Morte
che mi tolla di qui, per farme lieto,
ove e colei ch'i' canto et piango in rime.
Se si alto pon gir mie stanche rime,
ch'agiungan lei ch'e fuor d'ira et di pianto,
et fa 'l ciel or di sue bellezze lieto,
ben riconoscera 'l mutato stile,
che gia forse le piacque anzi che Morte
chiaro a lei giorno, a me fesse atre notti.
O voi che sospirate a miglior' notti,
ch'ascoltate d'Amore o dite in rime,
pregate non mi sia piu sorda Morte,
porto de le miserie et fin del pianto;
muti una volta quel suo antiquo stile,
ch'ogni uom attrista, et me po far si lieto.
Far mi po lieto in una o 'n poche notti:
e 'n aspro stile e 'n angosciose rime
prego che 'l pianto mio finisca Morte.
333
Ite, rime dolenti, al duro sasso
che 'l mio caro thesoro in terra asconde,
ivi chiamate chi dal ciel risponde,
benche 'l mortal sia in loco oscuro et basso.
Ditele ch'i' son gia di viver lasso,
del navigar per queste horribili onde;
ma ricogliendo le sue sparte fronde,
dietro le vo pur cosi passo passo,
sol di lei ragionando viva et morta,
anzi pur viva, et or fatta immortale,
a cio che 'l mondo la conosca et ame.
Piacciale al mio passar esser accorta,
ch'e presso omai; siami a l'incontro, et quale
ella e nel cielo a se mi tiri et chiame.
334
S'onesto amor po meritar mercede,
et se Pieta anchor po quant'ella suole,
mercede avro, che piu chiara che 'l sole
a madonna et al mondo e la mia fede.
Gia di me paventosa, or sa(nol crede)
che quello stesso ch'or per me si vole,
sempre si volse; et s'ella udia parole
o vedea 'l volto, or l'animo e 'l cor vede.
Ond'i' spero che 'nfin al ciel si doglia
di miei tanti sospiri, et cosi mostra,
tornando a me si piena di pietate;
et spero ch'al por giu di questa spoglia
venga per me con quella gente nostra,
vera amica di Cristo et d'Onestate.
335
Vidi fra mille donne una gia tale,
ch'amorosa paura il cor m'assalse,
mirandola in imagini non false
a li spirti celesti in vista eguale.
Niente in lei terreno era o mortale,
si come a cui del ciel, non d'altro, calse.
L'alma ch'arse per lei si spesso et alse,
vaga d'ir seco, aperse ambedue l'ale.
Ma tropp'era alta al mio peso terrestre,
et poco poi n'usci in tutto di vista:
di che pensando anchor m'aghiaccio et torpo.
O belle et alte et lucide fenestre,
onde colei che molta gente attrista
trovo la via d'entrare in si bel corpo!
336
Tornami a la mente, anzi v'e dentro, quella
ch'indi per Lethe esser non po sbandita,
qual io la vidi in su l'eta fiorita,
tutta accesa de' raggi di sua stella.
Si nel mio primo occorso honesta et bella
veggiola, in se raccolta, et si romita,
ch'i' grido: " Ell'e ben dessa; anchor e in vita ",
e 'n don le cheggio sua dolce favella.
Talor risponde, et talor non fa motto.
I' come huom ch'erra, et poi piu dritto estima,
dico a la mente mia: " Tu se' 'ngannata.
Sai che 'n mille trecento quarantotto,
il di sesto d'aprile, in l'ora prima,
del corpo uscio quell'anima beata. "
337
Quel, che d'odore et di color vincea
l'odorifero et lucido oriente,
frutti fiori herbe et frondi (onde 'l ponente
d'ogni rara eccellentia il pregio avea),
dolce mio lauro, ove habitar solea
ogni bellezza, ogni vertute ardente,
vedeva a la sua ombra honestamente
il mio signor sedersi et la mia dea.
Ancor io il nido di penseri electi
posi in quell'alma pianta; e 'n foco e 'n gielo
tremando, ardendo, assai felice fui.
Pieno era il mondo de' suoi honor' perfecti,
allor che Dio per adornarne il cielo
la si ritolse: et cosa era da lui.
338
Lasciato ai, Morte, senza sole il mondo
oscuro et freddo, Amor cieco et inerme,
Leggiadria ignuda, le bellezze inferme,
me sconsolato et a me grave pondo,
Cortesia in bando et Honestate in fondo.
Dogliom'io sol, ne sol o da dolerme,
che svelt'ai di vertute il chiaro germe:
spento il primo valor, qual fia il secondo?
Pianger l'aer et la terra e 'l mar devrebbe
l'uman legnaggio, che senz'ella e quasi
senza fior' prato, o senza gemma anello.
Non la conobbe il mondo mentre l'ebbe:
conobbil'io, ch'a pianger qui rimasi,
e 'l ciel, che del mio pianto or si fa bello.
339
Conobbi, quanto il ciel li occhi m'aperse,
quanto studio et Amor m'alzaron l'ali,
cose nove et leggiadre, ma mortali,
che 'n un soggetto ogni stella cosperse:
l'altre tante si strane et si diverse
forme altere, celesti et immortali,
perche non furo a l'intellecto eguali,
la mia debil vista non sofferse.
Onde quant'io di lei parlai ne scrissi,
ch'or per lodi anzi a Dio preghi mi rende,
fu breve stilla d'infiniti abissi:
che stilo oltra l'ingegno non si stende;
et per aver uom li occhi nel sol fissi,
tanto si vede men quanto piu splende.
340
Dolce mio caro et precioso pegno,
che natura mi tolse, e 'l Ciel mi guarda,
deh come e tua pieta ver' me si tarda,
o usato di mia vita sostegno?
Gia suo' tu far il mio sonno almen degno
de la tua vista, et or sostien' ch'i' arda
senz'alcun refrigerio: et chi 'l retarda?
Pur lassu non alberga ira ne sdegno:
onde qua giuso un ben pietoso core
talor si pasce delli altrui tormenti,
si ch'elli e vinto nel suo regno Amore.
Tu che dentro mi vedi, e 'l mio mal senti,
et sola puoi finir tanto dolore,
con la tua ombra acqueta i miei lamenti.
341
Deh qual pieta, qual angel fu si presto
a portar sopra 'l cielo il mio cordoglio?
Ch'anchor sento tornar pur come soglio
madonna in quel suo atto dolce honesto
ad acquetare il cor misero et mesto,
piena si d'umilta, vota d'...


